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Agostino Tassi e i graffiati di Livorno

 

L’origine della «veduta» livornese la dobbiamo a un episodio del tutto fortunato, la presenza nei primissimi anni del Seicento del pittore romano Agostino Tassi (1578-1644), che, confinato a Livorno dal Granduca per scontare una pena inflittagli a causa di una rissa avvenuta a Firenze, ebbe l’opportunità di eseguire numerosi dipinti e disegni della vita marinara e del porto, inaugurando così per primo in Toscana il genere della veduta di paesaggio con soggetti marinareschì.

agostino-tassi

Fu grazie a tale accidente che, come egli steso dichiarò, ebbe l’opportunità di viaggiare sulle galere dell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano e come riferisce il suo principale biografo, Giovanni Battista Passeri: ”[…] diedesi allo studio di disegnare vascelli, navi, galere porti, borasche, pescagioni, e simili accidenti di mare per avere del continuo avanti agli occhi l’esemplare di questi soggetti. Praticò questo suo studio per qualche tempo, e ne divenne erudito a segno, che occupò il primo luogo in questo particolare, in cui egli per l’addietro non erasi esercitato giammai, ed è giusto che si conservi memoria, di chi a unico in qualche particolarità”.
Dunque il Tassi grazie all’esperienza livornese divenne un “erudito” nella rappresentazione di scene al punto da essere considerato uno dei più grandi italiani del genere. Questa attività grazie alle decorazioni ad affresco e a graffito, oggi purtroppo perdute, da lui eseguite sulle facciate dei nuovi edifici costruiti a partire intorno al 1597.
Come è noto le case livornesi, costruite sull’asse viario che conduceva dal porto verso piazza d’Armi (piazza Grande) e al Duomo, lungo la via Ferdinanda e le strade adiacenti (via del Giardino, via S. Francesco), si sviluppavano su due piani con un giardino posto all’interno e ingresso indipendente. Le facciate degli edifici posti sul fronte della strada furono abbellite da pitture e graffiti secondo un progetto voluto e controllato direttamente dal Granduca. Difficile è oggi stabilire l’estensione e la vastità di questi interventi decorativi in quanto non solo non è stata rinvenuta alcuna testimonianza che ne svelasse il programma complessivo, né un disegno o un’immagine che ne illustrasse l’iconografia, ma anche in ragione del fatto che le ornamentazioni andarono in buona parte distrutte nel corso del Settecento. Nel 1750 in occasione della pace stipulata tra gli gli Asburgo Lorena, l’impero turco e le potenze barbaresche, venne ordinato di coprire di bianco le pitture che, i rspggetti affigurati, non avevano più ragione di esistere. Dobbiamo dunque affidarci alle testimonianze degli storici locali seicenteschi e alle notizie fornite dal Passeri per avere un’idea dei soggetti rappresentati che insistevano sugli scontri navali (imprese) tra le galeree dell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano e quelle musulmane, sulle scene di vita portuale ed ”accidenti marinareschi” ”ed in alcuni luoghi con accompagnamento di fabbriche nobili, e di paesi con quantità di figure tutte operanti in affari diversi di pescatori e di marinari”

Nel complesso la decorazione delle facciate assumeva i connotati di un vero e proprio allestimento scenografico di tipo allegorico-simbolico, trattandosi di una lunga “galleria picta” che, attraverso Porta Colonnella (distrutta nel 1838), mediante una linea retta, conduceva dal porto al grande palcoscenico della piazza principale della città, luogo spettacolare-teatrale effimero ed evanescente per eccellenza sede dell’apoteosi, del trionfo, della mitizzazione della dinastia granducale. Qui sulla facciata del Palazzo Granducale, residenza del governatore, edificato lungo il loggiato, Filippo Paladini e Agostino Tassi avevano dipinto la Genealogia degli Dei, ispirandosi ai disegni di Giorgio Vasari eseguiti in occasione della mascherata svoltasi nelle principali strade di Firenze il 21 febbraio 1565, ultimo giovedì di carnevale, per celebrare le nozze del duca Francesco de’ Medici, figlio di Cosimo l, con Giovanna d’Austria, figlia dell’imperatore Ferdinando I. Anche se non è pervenuta testimonianza fìgurativa non è da escludere che i due pittori avessero raffigurato nel palazzo livornese i diversi carri allegorici con soggetti marini, come quelli raffiguranti l’Oceano o Nettuno.
Nelle celebrazioni del 1565 quest’ultimo era ad esempio formato da un enorme granchio, trainato da due cavalli marini, sostenuto da un gruppo di Tritoni e Sirene o delfini, i quali a loro volta poggiavano su uno scoglio ricoperto di conchiglie, spugne, coralli e altri prodotti del mare. Secondo le intenzioni di Ferdinando I e con questo tipo di iconografia, l’immagine che la città di Livorno forniva nella sua piazza principale, era di giungere ad un’apoteosi della celebrazione dinastica strettamente intrecciata a elementi fantasmagorici che ne esaltavano la virtù e la sapienza di emanazione divina. Le pitture con i soggetti marinareschi eseguite dal Tassi e dal suo collaboratore e cognato Filippo Franchini accompagnavano il visitatore occasionale o d’eccezione sbarcato dalle navi che lo avevano condotto a Livorno fino al cuore della città con immagini che gli ricordavano la potenza dei regnanti toscani. Al contempo peró egli doveva essere rimasto affascinato e stupito nel vedere una così vasta esposizione di temi paesaggistici connessi alla vita marinara che non trovava casi analoghi in altri luoghi in Italia, né a Genova, né a Venezia o a Napoli. Le brevi descrizioni dei viaggiatori stranieri non mancano infatti di sottolineare la ‘galleria picta’ di via Ferdinanda come nei caso degli inglesi Iohn Evelyn o Iohn Raymond, approdati a Livorno nel 1644 e nel 1648. Grazie a questi esempi pittorici, che costituirono un caso unico in Italia, immediatamente Livorno assunse.
nell’immaginario cortigiano mediceo, i connotati iconografici propri di una città ’ideale’, subito adottati negli spettacoli di corte, come quello approntato durante il carnevale, il 15 febbraio 1612 a Firenze nel salone di Palazzo Pitti, sotto l’attenta regia di Giulio Parigi, per l’intrattenimento della granduchessa Maria Maddalena d’Austria, moglie di Cosimo II.
Dalla descrizione fatta Jacopo Cicognini e riportata per esteso da Filippo Baldinucci apprendiamo che lo sfondo dell’azione era ispirato al porto di Livorno.
Il fondale precedeva la rappresentazione che così appariva agli occhi degli ospiti:
”Accese le lamiere – scrive il Cicognini -[…[ si scoperse la scena rappresentante un bellissimo e maraviglioso mare, ché era ragguardevole non solo per i ben composti scogli tutii tocchi d’argento, per i coralli e nicchi […] e per l’innumerabile quantità di lumi che, senza vedersi, solo reflettendo rendevano splendidissima la prospettiva; ma perché di continuo si veddero l’onde marittime l’una dopo l’altra cacciandosi, operare quei medesimi effetti che l’ondeggiante mare ne rapresenta agli occhi nostri […]. Fu da ciascheduno subito riconosciuto il porto di Livorno, la fortezza, e le torri che le stanno vicine e alquanto più lontane, l’altissima torre; sopra la quale splende di continuo fra le tenebre della notte l’acceso fanale, speme, ed amico segno d’innumerabili naviganti […]”.
Lo svolgersi dell’azione – come ricorda la Negro Spina – prevedeva in una prima fase l’arrivo di Nettuno con un corteo di ninfe e sirene intonanti una lunga canzone, nella quale alle lodi consuete in onore degli sposi era aggiunto un avvertimento minaccioso contro l’aspro scita e al moro infido; il clou era costituito dall’arrivo di Tetide, sul carro di spugne argentee, trainato da delfini con ruote di coralli e conchiglie.

Don Giovanni Ambrosio Mazenta: dalla Porta Nuova ai codici di Leonardo.

Il barnabita Giovanni Ambrosio Mazenta

La strana storia di un poliedrico barnabita del ‘600 che disegnava bastioni a Livorno per il Granduca Ferdinando e voleva salvare gli scritti del Genio Universale.

Religioso, diplomatico, architetto militare e civile. Ingegnere idraulico, dottore in diritto civile ed ecclesiastico, giureconsulte di Milano, nonché cavaliere dell’Ordine gerosolimitano.
Giovanni Mazenta (Milano 1565 – Roma 1635) è sicuramente un uomo poliedrico, uno specialista ad ampio raggio, dotto in molti e svariati campi[1]. Una miscela di erudito intellettuale e tecnico in stampo rinascimentale, poco conosciuto, ma molto attivo nel primi anni del 1600 in tutta Italia, da Asti a Loreto, Bologna, Napoli, Cremona, dove ristruttura e converte edifici religiosi o ne costruisce di nuovi.
Il Mazenta sarà anche a Pisa dove progetta la trasformazione di San Frediano[2] ed è impegnato a Livorno, proprio negli anni in cui grandi cantieri affrontano sotto la guida attenta di Ferdinando le nuove sfide progettuali legate all’edificazione della nuova città. 

Uomo abile, esperto e di salda fede il cui carisma emana ancora dall’esile, ma decisa figura che osserviamo nel dipinto che lo ritrae come Padre Generale di Milano, rintuzzato nella severa tunica nera dell’Ordine barnabita. Un abito che lo studente Mazenta non aveva  ancora indossato quando a Pisa nel 1587, alla morte del Granduca Francesco I°, si trova al centro di una curiosa vicenda legata a Leonardo da Vinci e al suo straordinario patrimonio di scritti e disegni, una storia che accompagnerà il Mazenta fino alla morte[3] compreso il periodo pisano e dei progetti livornesi.

 

Il primo barnabita a Livorno

Padre Mazenta nasce nel 1565 da nobile famiglia milanese.[4]
Nel 1590 a ventisei anni, terminati gli studi di diritto all’Università di Pisa[5] entra nella Compagnia dei Barnabiti con il nome di Giovanni Ambrosio. Vi resta per oltre 40 anni, fino a coprirne le cariche più importanti.

Ordinato sacerdote nel 1594 arriva alla più alta carica dell’Ordine, Preposto Generale (o semplicemente Il Generale) dei barnabiti dal maggio 1612 all’aprile 1614. Poi è Preposto del Collegio dei bernabiti di Pisa nel triennio 1599-1602, di Bologna nel triennio 1602-1603 e di nuovo di Pisa negli anni 1605-1607. Preposto a San Paolo nel 1611 e 1612. Assistente generale nei trienni 1617-1620, 1626-1629, 1630-1635. Ancora Preposto a Roma a San Paolo tra il 1623 e il 1626,  dove muore il 23 dicembre 1635 all’età di 70 anni.

Stimato costruttore e architetto dell’Ordine[6], noto per la vasta cultura e per l’eccellenza nelle questioni  giuridiche, fervente polemista, Padre Mazenta non mancò di farsi apprezzare da principi, papi, stati e artisti per le sue doti umane e per la profonda cultura e competenza tecnica, per la capacità diplomatica e le sue pratiche abilità nei maneggi. Fu consulente per i Veneziani e a Roma per il Cardinale Francesco Barberini (nipote di Papa Urbano VIII). Ferdinando d’Austria cardinale e governatore di Milano se ne avvalse come oratore presso Margherita di Savoia duchessa di Mantova. Carissimo a Clemente VIII, a Paolo V e a Gregorio XV. Forte anche il legame con i Granduchi di Toscana. Il Mazenta era in frequentazioni con Francesco I° e intrattiene solidi rapporti di lavoro con il nuovo Granduca Ferdinando che lo tiene in molta considerazione e col quale sembra avere e una sorta di rapporto fiduciario se il Mazenta stesso ci  racconta che per il mausoleo della cappella di San Lorenzo, Ferdinando lo compensò con 400 scudi d’oro; per un mese lo volle ospite; gli diede libero accesso alla galleria e tre ore ogni giorno intervenne alle consulte. Ferdinando disposto a favorire i barnabiti più volte gli diceva “Vedete che chiesa nè stati miei fa per Voi, ed io ve la procurerò”.
Non è forse un caso che il Mazenta possa considerarsi il primo barnabita giunto a Livorno e che pochi anni dopo prendesse stanza in città la prima comunità barnabita e … e di li a poco si provveda alla ideazione e poi alla costruzione della Chiesa di San Sebastiano[7].

I quartieri militari di Porta Nuova nella città medicea

A Pisa, il Mazenta torna nel 1599 eletto Padre Preposto (Superiore) del Collegio barnabita di quella città per il triennio 1599-1602.
Le date della sua presenza a Pisa concidono con il fermento che in quegli anni è intorno ai nuovi progetti del Granduca per Livorno. Ed è in quel periodo che il rinomato preposto accoglie l’invito di Ferdinando ed entra a far parte del folto gruppo di architetti e ingegneri impegnati nella costruzione della città buontalentiana.
Di lui ci rammenta il Vivoli che chiosa il Santelli: “Del Padre Giovanni Ambrogio Mazzenta, nobile milanese Cherico Regolare di S. Paolo, scriveva il Santelli (Tom. 5) «Era uomo rinomato assai nel suo secolo per la scienza delle Matematiche, che sublimemente possedeva, e per la sua grande perizia nell’Architettura civile, e militare, abitando appunto nell’anno 1600 nel Collegio dei PP. Bernabiti di San Frediano di Pisa in qualità di Proposto.»”[8]
La presenza del Mazenta a Pisa si collega alle notizie riportate dal Vivoli nei suoi Annali, circa una questione riguardante alcuni disegni per le cortine di Porta Nuova e Porta Colonnella: “Ferdinando I° in fatti facendo molto conto su di lui talenti ordinava si erigessero sù i disegni che gli aveva presentati, le Porta Nuova in marmo bianco, ove già si apriva la Porta a Mare di Livorno, Castello, la quale prendeva poscia il nome di Porta ai Fascetti, perché ivi le legna vi si scaricavano (fascetti in ligure è l’equivalente di fascine in toscano.ndr); quindi il bastione che doveva guardarla a cavaliere delle due Darsene; ed in fine i quartieri militari, che aderenti alle due cortine ricorrevano per un lato dalla Porta Nuova al fosso della Fortezza vecchia, e per l’ altro, dal terrapieno dell’antico bastione del Villano alla Porta Colonnella.”
Il tratto di cortina ancora oggi esistente dietro al monumento dei 4 Mori è dunque probabilmente frutto della progettualità del Mazenta, dal momento che Ferdinando lo incarica di fornire i disegni per bastioni, porte, quartieri militari per la sistemazione dell’area in prossimità dell’antica darsena di Livorno Castello, destinata a diventare nel giro di pochi anni  il nuovo fronte del porto mediceo.

Sempre dagli Annali del Vivoli troviamo altri indizi che sembrano testimoniare le competenze idrauliche del Mazenta e il suo rango nella bolgia degli immensi cantieri della città che ormai prende forma. Nel 1603 non solo erano già terminati tutti i fossi, e i baluardi e rivelini[9], le case di via grande già pittate a graffito.  Così in occasione della visita di Vincenzo I Gonzaga Duca di Mantova[10] e “stante il Granduca Ferdinando in Fortezza” si decide per onorare l’ospite, di di dare acqua ai fossi circondari e a quelli del Lazzareto di San Rocco appena finiti di scavare[11].
Ancora una volta il Vivoli cita altre fonti e fa parlare il cronista Grifoni e ancora una volta compare menzionato Padre Mazenta: “ Di chi fosse disegno il fosso di circonvallazione non vedendosi questo nel progetto del Buontalenti noi saprei dire (…) Il Grifoni poi (Cron.) ha creduto «che (il fosso predetto) fosse «del Principe Don Giovanni dei Medici coll’adesione di Claudio Cucurrano, di Antonio Gantagallina, e del Padre Giovanni Mazzenta de’ Cherici Regolari di S. Paolo.»”

Il Mazenta a Livorno non è una figura marginale, lo si trova operativo in alcune descrizioni, con un ruolo chiave e di supervisione al pari se non sopra i suoi illustri e più noti colleghi[12]: Volle anche il Granduca che il Mazenta con altri ingegneri sorvegliasse la esecuzione dei lavori: “A tutte queste opere faticavano più di 100 bestie da soma, assistendovi sempre il mentovato celebre Padre Mazenta, anche gli ingegneri Don Giovanni de Medici, il Cucurrano, il Cantagallina Antonio, il Pieroni e il Buontalenti.”[13]
Non ci stupiremmo di riconoscere le fattezze di Padre Mazenta fra gli ingegneri e i dignitari, attorno a Ferdinando nella famosa stampa di Jaques Callot, la cui quinta di sfondo insiste proprio sul settore di mura dove il barnabita deve aver più inciso.  Tuttavia il Callot non avrebbe certo trascurato di raffigurarlo nella sua cappa nera e seppure tale eventualità è da scartare non è  difficile immaginare il Mazenta con la schiera dei colleghi a far corte per illustrare e dibattere i progetti della costruenda Livorno con il Granduca.

La vie de Ferdinand Ier de Médicis. 4. Le Grand Duc fait fortifier le port de Livourne: Jacques Callot sculp. Matteo Roselli inv. 1619-1620
La vie de Ferdinand Ier de Médicis. 4. Le Grand Duc fait fortifier le port de Livourne: Jacques Callot sculp. Matteo Roselli inv. 1619-1620

Note

[1] Nella biblioteca dell’Ecole de Medecine a Montpellier in un volume di miscellanee assemblato da Cassano Del Pozzo si conservano due Pareri che sembrano essere stati attribuiti a Padre Mezenta: uno sul modo di supplire le travature bronzee asportate dal portico del Pantheon nel 1625 da Papa Urbano VIII per forgiare ottanta cannoni destinati agli spalti di Castel Sant’Angelo; l’altro sui progetti di restauro della navata e la facciata della basilica di San Giovanni in Laterano su richiesta del Card. Francesco Barberini, in seguto ad altri attribuito e comunque mai eseguiti. Importanti anche le sue competenze idrauliche prestate sia Livorno che a Bologna.

[2] Nota sulla ristrutturazione di San Frediano

[3] Destinatario di una delle sue ultime lettere del 20 novembre 1635 a pochi mesi dalla morte è Cassano Dal Pozzo e riguarda i manoscritti vinciani. Dal Pozzo, nipote dell’arcivescovo di Pisa Carlo Antonio Dal Pozzo, è Accademico della Crusca e dei Lincei e un importante collezionista di stampe, epigrafi, libri ed oggetti d’arte. Nel 1612 dopo aver prestato i suoi servigi al Granduca Ferdinando, si trasferisce a Roma come segretario del cardinale Francesco Barberini. Fu Cassiano dal Pozzo nel 1625, nel seguito del cardinale Barberini nel suo viaggio in Francia nel 1625, che coniò l’appellativo di Gioconda per il capolavoro di Leonardo che dopo il Vasari veniva chiamata Monna Lisa.

[4] Giovanni è il secondo di tre figli di… I fratelli Guido, il primogenito, e Alessandro furono anch’essi esperti di arte, architettura e ingegneria. La famiglia possedeva Palazzo Mazenta a Milano, ancora oggi esistente, in cui alla morte di Giovanni si conservava una importante collezione di quadri e una fornitissima biblioteca.

[5] Il Mazenta venne a perfezionare gli studi in Legge dopo la sua prima esperienza formativa presso l’Accademia degli Accurati del Collegio Borromeo a Pavia.

[6] Lavorò a lungo con il confratello Binago (pianta centrale e confessionale) e anche con i suoi due fratelli carnali. Dopo gli interventi a Pisa il Mazenta è a Bologna come Superiore del collegio di San Michele Arcangelo. Qui nel 1605 è incaricato dal Card. Alfonso Paleotto del disegno e della direzione dei lavori per la ricostruzione della metropolitana San Pietro. Sempre a Bologna progetta e disegna per i canonici regolari la nuova chiesa di San Salvatore. In questa occasione il Mazenta pubblica una Informazione, (era noto per le sue dispute architettoniche) per via delle polemiche sollevate dai suoi disegni ispirati al tempio romano della pace (Archivio di Stato di Bologna pubblicato da P. Boffitto). Suo anche il disegno di San Paolo dei barnabiti di Bologna, che non vedrà compiuta (la cappella maggiore e la facciata sono posteriori). Fra le altre chiese attribuite al Mazenta: San Barbaziano, le chiese già barnabitiche di San Giovanni delle Vigne a Lodi, San Paolo in Macerata, San Carlo alle Mortelle a Napoli, Santa Maria dei Lumi di Sanseverino (“abbellimenti”)

[7] La chiesa di San Sebastiano e i primi bernabiti giunti a Livorno nel 16…. La promessa di Ferdinando oe una chisea (sistemare)

[8] Giuseppe Vivoli – Annali di Livorno (Tomo … nota 107)

[9] Cfr Vivoli Annotazioni all’epoca XII. 142 – Tomo III

[10] Vincenzo I di Gonzaga è il marito di Eleonora de Medici sua cugina. Eleonora infatti è figlia di Francesco I° e di Giovanna d’Austria, figlia dell’Imperatore del Sacro Romano Impero (Ferdinando I) e sorella della madre di Vincenzo I. Si puo supporre che per il nostro Granduca Ferdinando non si trattasse solo della visita del marito di una importante nipote. Vincenzo I era molto accreditato verso la porta turca e il nonno di Eleonora era pur sempre un imperatore e sorella della regina di Francia Maria de Medici, perciò queste visite erano non erano solo occasione di ostenzaione e di magnificenza propagandistica ma veri affari di Stato e di relazione diplomatica sia negli equilibri di alleanze “familiari” fra i potenti nel complesso scacchiere italiano e nel più vasto sempre più importante contesto europeo. A proposito di questo matrimonio vale la pena di riportare una licenziosa curiosità. Per Vincenzo I, che aveva ottenuto l’annullamento del matrimonio dalla prima moglie ….. da cui non era riuscito ad avere figli, si prospettava un nuovo matrimonio con la rampolla di casa Medici, sua cugina. Ma complici le voci e i pettegolezzi circolati sul suo conto dopo il primo matrimonio e l’astiosa Bianca Cappello, amante ufficiale del Granduca Francesco I° padre di Eleonora, si pretese la costituzione di una commissione per verificare la virilità dello sposo. Si fecero dunque i primi esperimenti. Sono almeno due i vani tentativi di Vincenzo I, a cui erano state sottoposte giovani “volontarie”, debitamente risarcite. Pare che al terzo incontro testimoni oculari certificassero l’atto verbalizzandone i dettagli. Vincenzo dette prova del proprio vigore e il 29 aprile 1584 sposa in seconde nozze la diciassettenne Eleonora de Medici.

[11] Cosi il Vivoli descrive gli avvenimenti di quei giorni dell’aprile del 1603 in cui troviamo i lavori in buon stato di avanzamento con già un Duomo, la Chiesa di Santa Giulia e i fossati, compresi quelli del Lazzaretto di San Rocco. Ferdinando inoltre ha già avviato la sua politica del mare e costruisce galere non più a Pisa, ma a Livorno. Per completare l’opera occorreranno altri 10 anni di lavoro: “Trovandosi anzi in quei giorni a Livorno di passaggio per Napoli il Duca di Mantova, si procurava egli il piacere di far varare in mare alla di lui presenza la ridetta galera; come poscia di condurre personalmente lo stesso suo ospite a vedere dar acqua per la prima volta al magnifico fosso di circonvallazione della città, ed agli altri fossi , che aperti attorno alla Fortezza nuova , ed al moderno Lazzeretto di S. Rocco, erano a lui costati tanti tesori, e tanti sforzi (142). In questo mentre, essendo già del tutto all’ordine e pronta la Chiesa di S. Giulia nel lato destro del Duomo, la Compagnia del SS. Sacramento^ la quale portava come già si disse , anche il titolo di detta Santa , abbandonando il vecchio angusto e quasi indecente Oratorio ove sino allora aveva uffiziato posto nella via di 5. Antonio si trasferiva processionalmente alla sua nuova residenza presieduta dal proprio …ematore, che era tuttavia Antonio Pacini , ed accompagnata anche dal Parroco di Livorno Prete Balbiani.”

OTTAVIO DA MONTAUTO (Ottavio Barbolani) Cavaliere di Santo Stefano. Cugino di Giulio nel 1618 successe a Iacopo Inghirami nella carica di grande ammiraglio dell’Ordine e per due anni diresse con varia fortuna, ma quasi sempre con vantaggio, operazioni di polizia navale nel Mediterraneo tenendo in rispetto i Turchi mediante colpi di mano compiuti sulle isole dell’egeo, da cui più volte rientrò a Livorno con naviglio catturato e schiavi cristiani liberati) lo scorta dopo si parti da Livorno per Napoli Naviga agli ordini di Iacopo Inghirami. Nel giugno 1602 ha il comando della “Pisana”. Nel 1603 affianca l’Inghirami in una crociera in Sicilia; ad agosto scorta il duca di Mantova Vincenzo Gonzaga da Livorno a Napoli.

[12] Cfr. Giuseppe Vivoli Annali di Livorno (tomo III-221)

[13] Mazenta ha sicuramente conosciuto il grande architetto nei cantieri di Livorno negli ultimi anni della vita di Ser Bernardo, che si dice fosse in ultimo un po’ superato dai piu giovani colleghi Cantagallina, Pieroni, Cogorano.